La mia ricerca
Un'esplorazione tra sociologia, psicologia e antropologia per capire le persone che stanno dall'altra parte del messaggio e come il marketing debba cambiare.
Qualche mese fa ho ritrovato la tesina che avevo scritto per la maturità, dal titolo "Punti di vista". Già allora ero convinta che non esistesse un unico punto di vista, e che la pretesa di possedere la verità sugli altri fosse il vero inganno (ispirata palesemente a Pirandello).
E anche oggi, nel mio lavoro (e nella vita) sono ossessionata dal capire davvero le persone, invece di darle per scontate.
Purtroppo però è esattamente questo che, lavorando nella comunicazione, rischiamo di perdere di vista, presi dal fare il piano editoriale, a pensare il formato che funziona, l’algoritmo da assecondare, dimentichiamo la domanda da cui tutto dovrebbe partire: per chi, e perché.
Viviamo in una società folle, ansiolitica, frammentata, iper connessa ma anche estremamente sola, e in tutto questo le persone sono cambiate, così come le loro esigenze, prospettive e aspettative. Oggi si cerca un senso, maggiore lentezza, legami veri. La parola che torna di più nelle oltre cento storie che ho raccolto in questi anni con Non è tutto rosa è soffocare.
Questa ricerca nasce da quella sensazione
Cos’è questa ricerca
Nei prossimi mesi porterò avanti la stesura di un white paper che attraversa più filoni (sociologia, psicologia, antropologia, marketing) per rispondere a una domanda: come si comunica a persone che non vogliono più essere sovrastate, ma ascoltate?
Non è una ricerca accademica (non ne ho assolutamente la presunzione), ma è più che altro un tentativo rigoroso e onesto di fare una fotografia di come siamo cambiati e di cosa significa, per chi si occupa di comunicazione, tornare a mettere le persone prima del messaggio e dei numeri.
Il punto di partenza sono le storie che ho già raccolto e quelle che raccoglierò lungo il percorso compresa, se vuoi, la tua.
Ho realizzato un modulo in cui puoi raccontare il tuo punto di vista :)
Cosa sto esplorando
Il soffocamento da conformità. La sensazione di vivere una vita scritta da qualcun altro, di non riconoscersi nel proprio ambiente, nelle aspettative che si portano addosso. L'essere estranei alla propria vita per soddisfare l'idea che si sono fatti gli altri.
La stanchezza che non passa. La fatica di dover essere sempre una versione migliore di sé, di ottimizzare, di non fermarsi mai. Una pressione che non viene da nessun capo specifico, ma dalla società che viviamo, basata su performance, confronto e perfezione.
La solitudine di chi è connesso a tutto. Notifiche, gruppi, follower, community online e la sensazione, nonostante tutto, di non avere un posto dove essere davvero se stessi, di comunicare tanto e dire poco.
L’impossibilità di immaginarsi il futuro. Affitti che salgono, lavori che cambiano, certezze che si spostano. Quando non riesci a proiettarti in avanti, vivi in un presente frammentato e ogni scelta diventa quasi insormontabile.
Il sospetto che il proprio lavoro sia, in fondo, inutile. Che si stia producendo qualcosa che nessuno aspettava e che non manca a nessuno. Una forma di vuoto che nessun aumento di stipendio riesce a riempire e che porta spesso le persone a mollare tutto e ricominciare da zero.

Questa ricerca parla a chi lavora nella comunicazione e nel marketing perché è un invito a ripensare il mestiere dall’interno.
Ma parla anche a chiunque, in un modo o nell’altro, riconosca almeno una di queste sensazioni nella propria vita. Se è così, la tua storia per me ha un valore immenso.
Quindi se te la senti, raccontami il tuo punto di vista nel modulo qui sotto, anche in forma anonima se preferisci!
Prometto che non ti ruberò troppo tempo :)
Man mano che la ricerca avanza, condividerò qui e nella newsletter Aldea quello che trovo - le letture, i pattern che emergono dalle storie, i dubbi e gli insegnamenti che mi porterò a casa.
Grazie infinite!
Un abbraccio,
Paolina